La donna che ha vestito i “Mostri”

Gira lo sguardo sui modelli de “Il Marchese del Grillo” e sorride incrociando la smorfia beffarda sul volto di Sordi nella frase-cult “Io so’ io e voi n’un siete …”.
Una persona generosa a dispetto della nomea sulla tirchieria: una baggianata. Alberto ogni giorno si presentava sul set col sorriso. Era un galantuomo, un uomo molto intelligente e divertente”, rievoca Gianna Gissi, costumista che col marito Lorenzo Baraldi, scenografo, ha disegnato e raccontato mezzo secolo di storia del cinema e collezionato una “cassaforte” di premi e tra questi il David di Donatello.
A Castiglion Fiorentino nel sottotetto del teatro “Mario Spina” la “coppia d’oro” del grande schermo apre uno scrigno di bellezza e umanità nella mostra “I mestieri del cinema”, assolutamente imperdibile (fino al 29 agosto) perché è come fare un viaggio entusiasmante sul set e scoprire dettagli inimmaginabili: è la magia del cinema che qui a Castiglioni, anima il Film Festival dedicato alla commedia italiana.
Il “tesoro” di Gianna e Lorenzo sta nelle loro mani, nella passione con cui alla soglia degli ottant’anni, parlano di lavoro e di come “insegnarlo” ai ragazzi. E’ la nuova mission del dream-team Baraldi-Gissi in giro per l’Italia e nelle scuole: trasmettere ai giovani il mestiere che “è studio, impegno, rigore, serietà”, declina Gianna con l’adrenalina del primo giorno, il debutto sul set.
1965, film di Duccio Tessari, “un tentativo di fare il musical che in Italia non ha mai funzionato granchè”. Il costumista era Dario Cecchi, suo grande maestro, “fratello di Suso Cecchi d’Amico e figlio del grande Emilio Cecchi, imparentati con i Croce; io in quella famiglia ho respirato cultura, ci sono stata anni, mi hanno dato molto”.
Quel giorno Gianna aveva ricevuto un compito ma “ero incantata a osservare tutto ciò che mi girava attorno. Così, Andrea Petricca, uno della produzione che poi con mio marito Lorenzo ritrovammo in Amici Miei, mi disse: ‘Da lì vai là e poi torni qua. E io: ma Andrea perché? Perche devi fa’ vedè che fai qualcosa, non puoi restà impalata. La gente vede che ti muovi e dirà; ma pensa quanto c’ha da fa sta ragazza’. Ecco, la mia prima lezione: mai stare fermi sul set. Il musical era la storia di Aladino e il cast non era affatto male: Mina, Rossano Brazzi, coreografie di Gino Landi eppure “non fece una lira”.
Fatica e sacrificio sono le coordinate di un lungo viaggio che, proprio perché impegnativo, restituisce gratificazione e gioia. Gianna evidenzia il concetto quando spiega che “allestendo la nostra mostra qui a Castiglion Fiorentino, con Lorenzo ci siamo domandati: ma davvero abbiamo fatto tutto questo? E qui di lavori ne abbiamo solo solo una parte, basti pensare che mio marito a casa ha 300 bozzetti di scenografie, io 1300 modelli e studi sui costumi”.
Si deve scegliere questo mestiere, si deve desiderare di farlo e per questo approfondire, confrontare, studiare: “Ai giovani allievi che non conoscono le materie prime, ovvero i tessuti, dico: comprate una pizza in meno e un libro in più, andate a vedere le mostre perché potete cogliere spunti, idee, trarre ispirazioni per i vostri lavori e se l’abito deve cadere così come è stato disegnato, bisogna sapere quale tessuto darà il risultato perfetto”.
Gianna è una che la vita ha messo alla prova fin da bambina: profuga istriana, ha attraversato il dolore dell’esodo, lo “stigma” dei campi, il terrore di non sapere del padre, ritrovato anni dopo. “Ho vissuto l’adolescenza con la voglia di sognare e il cinema era la mia necessità”, spiega. Nella sala parrocchiale di via delle Province a Roma, “passavo il pomeriggio al cinemino guardando i film di Fred Astaire e Ginger Rogers, arrivavo a casa e quello che mi ricordavo lo mettevo su carta disegnando abiti; poi osservavo i titoli del film e la dicitura ‘costumi di…’ nei film italiani e in quelli inglese la frase era ‘custom of…’ e ho scoperto che c’era il ruolo del costumista. La mia fortuna è stata capire subito ciò che volevo fare e ho orientato i miei studi in quella direzione”.
Lo sguardo ora si posa sull’espressione malinconica di Massimo Troisi ne Il Postino, sfiora quella fascinosa di Mastroianni e ‘saluta’ il sornione Alberto Sordi nei panni del Marchese del Grillo. Lei ha lavorato con artisti del calibro di Monicelli, Fellini, Pietrangeli, Scola, Germi, Risi, Gassman, Manfredi, Montesano, Sordi, Mastroianni, solo per citarne alcuni.
“Geniale” è l’aggettivo che associa a Marcello Mastroianniil meno attore di tutti, cioè il meno vanitoso. Ho avuto la fortuna di conoscerli tutti i ‘Mostri’ del cinema e dico che i grandi sono umili, si mettono al servizio del film. Non ho mai avuto problemi nel vestirli; semmai li ho avuti con le mezze calze, attorucoli e attricette”. E a proposito di grandi artisti declinati al femminile, Gianna rievoca le giornate sul set con Monica Vitti.
Con lei ho fatto un piccolo film, brutto, di Monicelli e lo diceva pure lui. Si intitolava ‘Camera d’albergo’ e oltre alla Vitti c’erano Gassman e Montesano. Monica era la donna più bella ma non lo sapeva, nel senso che non dava importanza all’aspetto fisico. Aveva le gambe più belle che abbia mai visto; mangiava cofane di pasta e una torta intera al giorno. Ogni mattina arrivava con due torte, una per noi e una per lei: era golosa e durante la giornata se la gustava”.
Gianna porta con sé il ricordo di una “persona molto intelligente e simpatica: ci faceva sganasciare dal ridere quando faceva le imitazioni dei personaggi della troupe”.
Se le fai notare che insieme al marito ha scritto mezzo secolo di storia del cinema, Gianna Gissi si schernisce con l’umiltà che solo chi fa un mestiere con passione e dedizione può manifestare: “Non lo abbiamo ancora realizzato e comunque sono tante le persone che hanno segnato quest’epoca. Noi siamo contenti di aver contribuito”.
Il costume di un film per lei nasce leggendo il copione come fosse un libro, poi gli incontri con il regista per approfondire la chiave interpretativa ma il punto di partenza è la documentazione iconografica. “Io e Lorenzo, abbiamo avuto il privilegio di lavorare con grandissimi maestri; oggi non ce ne sono più”.
La creatività, la capacità di “inventare il moderno” è il patrimonio di competenza con cui Gianna cammina in questo tempo e osservando i suoi bozzetti, emerge in maniera netta l’eleganza, lo stile che ha saputo trasferire in un abito di scena. “Esiste lo stile del costume anche in storie che non lo prevedono, così come esiste l’eleganza anche nella bruttezza, cioè nel come saper illustrare l’abito di una persona povera”.
Al cinema, seduta sulle poltroncine davanti al maxi schermo, Gianna si trasforma e diventa spettatrice; per una che il cinema lo fa può sembrare un paradosso ma è l’episodio che racconta a rendere la spiegazione efficace: “Era il 1971, andai in Veneto a trovare Lorenzo che stava facendo un film horror dal titolo ‘La notte che Evelyn uscì dalla tomba’. In una nottata dovevamo realizzare questa sorta di fantasma che vagava nel giardino. Non sapevamo come fare, io ero in visita non ero coinvolta nel cast; alla fine lo ha fatto Lorenzo con delle garze che gli sistemarono addosso. Quando siamo andati a vedere il film al cinema, con il buio della sala, la musica, ho detto a Lorenzo: ‘Oddio che paura quel fantasma’ dimenticando che sotto quelle garze c’era lui”. Magia del cinema.
Nell’area del Cassero trasformata in un set a cielo aperto Gianna Gissi e Lorenzo Baraldi ricevono il premio alla carriera ed esaltano “il coraggio di un paese di provincia che promuove la settima arte con un festival diretto da Romeo Conte, ricco di contenuti e grandi artisti come Enrico Vanzina, Maurizio Mattioli con i quali abbiamo lavorato, Neri Parenti e Milena Vukotic”.
Per loro è “motivo di orgoglio essere a Castiglioni perché vuol dire che tutto quello che abbiamo fatto, ha avuto un senso e il cerchio si chiude”.
Gianna mette gli occhi negli occhi di Lorenzo, davanti ai riflettori e agli applausi: sono insieme da oltre cinquant’anni, sul set e nella vita. Una vita come un film.

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